Una casa invasa dalla malattia d’amore. Il morbo contagia tutte le età e i sintomi passano identici da un personaggio all’altro: sofferenza, esagerazione, mancanza, felicità, commedia, ricerca di sé, rassegnazione. Attraverso le diverse drammaturgie del cinema, della televisione e del teatro, che le racchiude tutte, si muovono individui di oggi, soli ma appassionati. Due adolescenti e due donne mature si dibattono alla ricerca di un sentimento sempre più sfuggente e difficile. L’uomo tra loro difende il suo modo di amare e di essere diverso, riaccende nella protagonista un’altra possibilità di innamorarsi
Ho già messo in scena commedie sulle relazioni di oggi che sono in continuo mutamento: Due Partite, Qualcosa di Nuovo, Tempi nuovi. In ognuna sfioravo il nuovo modo degli esseri umani di amarsi e desiderarsi. L’amore in questa nuova commedia è centro e motore della storia, esaspera comicamente il rapporto tra le due donne, rovescia i ruoli tra i due genitori e le loro figlie, esalta la diversità dei sentimenti tra l’uomo e la donna. E’ anche uno specchio in cui guardarsi e vedere le proprie fragilità, vedere l’altro e riconoscerlo.
Tre scene della commedia sono girate come in un film, vengono proiettate su uno schermo, restano identiche ogni sera, sono messe a confronto con il teatro che invece è sempre mobile e cambia, vive in un modo diverso a ogni replica. Le stesse attrici e l’attore appaiono nelle tre scene sullo schermo e in carne ed ossa sulla scena.
Mentre il sonoro di una interminabile telenovela punteggia la storia di frasi esagerate, sentimentali che sembrano uscite da un altro mondo e parlano “nell’unico modo che da sollievo e ci fa volare fuori dalla realtà, fuori dalla vera vita e dalla vita vera, fuori dalle decisioni e dalle azioni, fuori dagli incontri e dagli abbandoni, nelle mille possibilità che hanno le parole di rovesciare il senso e la direzione, nell’unico luogo in cui tutto può essere vero perché non intende esserlo”: il teatro.
Cristina Comencini




