La signora delle camelia

bargilli


Margherita Gautier è la più bella cortigiana di Parigi, dove tutti la conoscono come la signora
delle camelie, i suoi fiori preferiti. Armando, un giovane di provincia, conosce Margherita una
sera a teatro e se ne innamora perdutamente. Margherita accetta la corte di questo giovane
gentile ed ingenuo a condizione che lui le garantisca indipendenza e libertà senza pretendere
spiegazioni. Armando accetta, nonostante sia morbosamente geloso dei facoltosi amanti di
Margherita. La cortigiana Prudence, amica e confidente di Margherita, gli spiega che la donna
ha bisogno dei suoi amanti per mantenere l’elevato tenore di vita cui è abituata. Armando e
Margherita, innamorati, decidono di trascorre l’estate in campagna lontano da Parigi. L’idillio,
non condiviso dalla cinica Prudence, sarà interrotto dalle frequenti richieste dei debitori di
Margherita, la quale è costretta a tornare a Parigi e alla vita di un tempo. Armando decide
quindi di impegnare la rendita della madre defunta per salvare la donna, ma suo padre, il
vecchio Duval, venuto a conoscenza dello scellerato progetto del figlio, si reca a Parigi deciso
ad ostacolarlo con tutti i mezzi. Dapprima cerca di convincerlo, ma invano e allora si reca a
casa di Margherita, che in un drammatico confronto confesserà la sua malattia mortale. Il
padre in lacrime la scongiura di lasciare il figlio. Margherita, mossa a pietà, deciderà di lasciare
il giovane Armando per sempre. Il dolore per la fine del più grande amore della sua vita getta
Armando in un cupo sconforto. Il giovane si abbandonerà a una vita scellerata e cercherà di
sedurre per vendetta Prudence, che con sarcastico distacco lo rifiuterà. Quando Armando
scoprirà i veri motivi della rottura con Margherita cercherà di incontrare per un ultima volta la
donna, ma sarà ormai troppo tardi, perché la tisi avrà ucciso la signora delle camelie.
Sono tutti ciechi, perché non sanno amare
Note per la messa in scena de LA SIGNORA DELLE CAMELIE
Il romanzo di Dumas Fils è un viaggio nel profondo dell’animo umano, ove le contraddizioni più
aspre si fondono, per restituire un’immagine del mondo vividamente controversa.
Mettere in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE, capolavoro della letteratura francese
dell’Ottocento, che alla sua prima apparizione sconvolse l’immaginario collettivo, vuole essere
un tentativo di riacquistare, attraverso la fascinazione del palcoscenico, i valori della parola
poetica, che crediamo oggi debba imporsi su altri linguaggi che dicono e spiegano, ma non
insegnano il senso.
Mettere in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE significa essere appassionati; per mettere in
scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE dobbiamo essere fisici. Ma dobbiamo anche ricordare che
le parole bruciano, che le parole si fanno carne mentre noi parliamo e quindi anche parlare,
anche raccontare una storia è un gesto fisico. Oggi la lingua non è più del cuore, come diceva
Paracelso, ma della mente. La parola soccombe nelle paralizzanti spire dell’ossessione
comunicativa, stritolata da un’angoscia semantica. Per mettere in scena LA SIGNORA DELLE
CAMELIE noi dobbiamo avere il coraggio di essere nuovamente eloquenti. Dobbiamo ricordare
che le parole sono potenze che esercitano su di noi un potere invisibile, le parole hanno effetti
blasfemi, creativi, annientanti, ma anche protettivi, persuasivi, le parole posso cauterizzare le
ferite del cuore.
Dumas Fils crede alla sottomissione della psicologia alla fisiologia, le istanze di Physis, del
corpo, orientano le esigenze di Psyche, dell’anima. Ha scelto di raccontare le storie di
personaggi completamente sopraffatti dai nervi e dal sangue, spinti ad agire nella vita dalla
fatalità della carne.
LA SIGNORA DELLE CAMELIE è una storia cupa e disperata, che oscilla pericolosamente
nell’incerto territorio in cui danzano avvinghiati Eros e Thanatos. È una storia assoluta,
spietata, estrema, senza margini di riscatto, senza limiti.
Attraverso l’azione drammatica del cerchio fatale della Nemesi, che avvinghia ineludibilmente i
personaggi della storia, s’intravede un altro indissolubile legame, quello economico, che
costringe i personaggi a condividere un unico spazio vitale. Davanti al minimo segno di
benessere materiale, l’essere umano è pronto a tutto, in questo mondo il denaro trasforma la
fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone,
l’insensatezza in giudizio e il giudizio in insensatezza. Poiché il denaro, in quanto valore
astratto, mescola e scambia tutte le cose, il denaro è in generale una mescolanza.
In questa storia ci sono soltanto colpevoli e ognuno porta con sé la propria condanna, in un
mondo che costringe le persone a rapporti mostruosi e selvaggi, li condanna a vivere nel
circolo vizioso di viltà e vigliaccheria. Bestie umane si agitano sulla scena del mondo borghese.
Il sentimento stilistico della regia incarnerà l’infausta fissità delle maschere tragiche e la
minuta quotidianità della vita quotidiana di tardo ottocento. Questo conflitto tre grandiose
passioni e l’implacabilità del destino deve essere mostrato con la chiarezza e la severità
compositiva di una fotografia ingiallita di Eugène Atget; con la radicalità espressionista di un
autoritratto di Edward Munch; con la tendenza all’unità emozionale di un’opera di Verdi.
La storia va immersa nell’atmosfera stantia e decadente del tetro locale notturno ove esercita
come anima morta, Margherita, un regno di tenebra, dove raramente filtra un raggio di sole.
La storia non procede in avanti, ma ruota secondo un suo senso interiore, misterioso come la
ruota del destino, la storia si avvolge in una spirale che si dipana da un unico asse centrale,
eros che fiacca le membra a mortali ed immortali, secondo le parole di Eraclito, come il tempo
escatologico dove la fine corrisponde al fine.
“Dipingere la gente come la vedo e come la conosco”, scriveva Van Gogh al fratello Theo.
Come la vedo e come la conosco e questo ha a che vedere con il teatro, con il cinema, con la
letteratura e con il realismo di Alexandre Dumas che voleva descrivere la realtà che vedeva e
conosceva. Sono trascorsi più di cento anni, ma la nostra epoca è ancora proiettata verso
l’esaltazione del realismo, avida di esperienze vissute, in cui la televisione a volte fa da
maestra al quotidiano, dettando comportamenti, atteggiamenti e linguaggi.
Ma sotto il quadro della realtà, vi sono molteplici forme, che il teatro, specchio distorto del
mondo, ha l’obbligo etico di cogliere e riflettere. Vi è qualcosa d’intrinseco, di nascosto, di
misterioso, sia nelle opere d’arte, sia nella vita che in esse si riflette.
“Bisognerebbe poter mostrare i quadri che sono sotto i quadri”, diceva Pablo Picasso. Mettendo
in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE ci proveremo, consapevoli che sul palcoscenico, come
nella vita, noi vediamo “persone”, non vediamo “storie”, e tanto meno sentiamo “pensieri”. Ciò
che si svolge davanti ai nostri occhi sul palcoscenico non è una storia: uno spettatore vede
semplicemente persone, attori che mimano, vari stati di calma, di eccitazione, persone che
mangiano, che parlano, che ridono. Le scene che lo spettatore vede sono in relazione ad altre
scene, che in sequenza, forse, possono suggerire una storia.
La storia, se c’è una storia, deve essere dedotta dalle loro espressioni, dalle loro parole, dalle
loro azioni. La storia risiede dentro le persone, motiva i loro comportamenti, ma certamente
non è visibile. La vita non ci racconta storie. Ogni storia è frutto della fantasia,
dell’immaginazione, ogni storia è ciò che vediamo con l’occhio del cuore.
Matteo Tarasco


Guarda il promo dello spettacolo https://vimeo.com/315443136























SCHEDA SPETTACOLO

Genere:

Stagione teatrale:

Attori protagonisti:

Marianella Bargilli, Ruben Rigillo, Silvia Siravo

Autore:

Alexander Dumas fils

Regia:

Matteo Tarasco

Attori non protagonisti:

Carlo Greco

Durata:

Ripresa:

SI

Produzione:

Gitiesse Artisti Riuniti

Note: